giovedì 11 dicembre 2014

Se non si ferma la corsa al petrolio potremmo presto avere una costellazione di pozzi nel Canale

Ci sono almeno due strade da percorre per tentare di fermare la corsa al petrolio in Sicilia e non solo. La prima è il ricorso alla Corte Costituzionale contro l'articolo 38 del Ddl Sblocca Italia, con il quale il Governo nazionale sembra violare le prerogative costituzionali riconosciute dall'art. 117 della Costituzione. La seconda è quella del referendum popolare. Formalmente ancora nessuna regione italiana ha inoltrato il ricorso alla Corte ma basta che una lo faccia e la Corte l'accolga, e vale per tutte. Le Regioni interessate, compresa la Sicilia, hanno deliberato atti formali con i quali impegnano i rispettivi Governi ad inoltrarlo. Il Governatore della Lombardia, Roberto Maroni, ha già manifestato con una lettera ai responsabili di Greenpeace la volontà di ricorrere. Per intraprendere quella del referendum abrogativo, invece, occorre che la richiesta sia sottoscritta da almeno cinque regioni. In Commissione Ambiente all'Ars è già stata approvata una mozione per il Referendum ma per proseguire occorre il voto dell'aula. 

Attualmente, dunque, il Ministero, sentita la Regione interessata, può rilasciare le autorizzazioni per permettere alle società petrolifere che ne hanno fatto richiesta, di iniziare l'attività di ricerca finalizzata all'estrazione di greggio. Nel Canale di Sicilia sono attualmente attive 4 piattaforme petrolifere, la Prezioso, la Perla, la Vega e la Gela. 
Altre 16 richieste sono state inoltrate per essere autorizzate. Per avere chiara la situazione, una sola di queste prevede otto pozzi. In breve il Canale di Sicilia potrebbe essere costellato da piattaforme petrolifere. Altri aspetti sono ancora ambigui. Il Ministero, sentita la Regione interessata, autorizza le attività di ricerca ed estrattive. E se la Regione dice no? A quanto sembra, gli impianti potrebbero essere considerati di rilevanza strategica. 

A quel punto, non è certo il parere di una Regione o la Valutazione di Impatto Ambientale che ferma la realizzazione di un impianto di estrazione di greggio. Quindi, supposto che il Governo non tornerà indietro, la strada da percorre è quella dell'abrogazione dell'art. 38 del Ddl Sblocca Italia. Infine, perché sono considerati pericolosi i pozzi nel Canale di Sicilia? In fin dei conti quattro ci sono già. L'attività estrattiva del pozzo in mare è analoga a quella di un pozzo a terra. In Basilicata riscontrano seri problemi con lo smaltimento dei fanghi e le acque utilizzate per l'estrazione, che vengono trattate e poi riversate in mare. Ma alcune falde acquifere sono risultate inquinate e i livelli di radiazione e di concentrazione di sostanze tossiche nelle acque smaltite, sono risultate più alte della norma. Insomma, estrarre petrolio inquina. E la stessa cosa accade con i pozzi off-shore nel Canale di Sicilia, senza considerare che la loro gestione è molto più complessa di quella dei pozzi a terra.

mercoledì 10 dicembre 2014

Artisti contro l'idea dominante di dover fare di necessità impossibile virtù. No alle trivellazioni petrolifere in Sicilia.

Mobilitazione e voglia di far sentire la voce di chi si dichiara contro la ricerca e lo sfruttamento petrolifero, specie nel Canale di Sicilia. Una mobilitazione che si manifesta attraverso il web, che non vuole essere politicizzata, che vuole opporsi alle dinamiche finanziarie di un mercato internazionale che i territori sembrerebbe possano per forza soltanto subire. 
Il no alle trivelle arriva dal mondo dello spettacolo e dell'arte. I primi sono stati Ficarra e Picone. I nostri due attori, con un'ironico video, si chiedevano se non fosse uno scherzo di qualcuno pensare di perforare il mare di Sicilia in cerca di greggio.

Adesso è la volta di un gruppo di artisti che fa capo ad Organica_London, uno strumento web animato da Francesco Ferla, architetto Graphic designer che risiede a Londra, il quale ha promosso una iniziativa che si intitola: "Artisti contro le trivellazioni petrolifere in Sicilia". 

Sulle pagina F/B di Organica _London si stanno raccogliendo lavori per immagini, suoni e parole con le quali si rende evidente il rischio al quale si va incontro con il via libera alle trivellazioni, in una terra che è sempre indicata come quella del sole, delle eccellenze eno-gastronomiche, patria delle energie alternative e rispetto alla quale, dalla tolda dell'assessorato al turismo, si invoca la politica del turismo "emozionale". Contraddizioni insanabili e incomprensibili e per capirle basta volgere lo sguardo a quelle zone fatte oggetto di sfruttamento industriale in Sicilia, Gela, Milazzo, Priolo per poi imbarcarsi per i paradisi mediterranei siculi, Pantelleria, Favignana o Lampedusa.

In pochi giorni sono più di trenta i lavori grafici postati da tutta la Sicilia e già pubblicati. La forza delle immagini è molto evocativa e a questa si accompagnano testi e musiche proposte da scrittori e compositori dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia e del Conservatorio di Palermo. L'iniziativa non è pregiudizialmente contro le tecnologie ma parte dalla elementare constatazione che, per l'appunto, la Sicilia possiede altre risorse di tipo culturale e naturale da impiegare per il proprio progresso e fonti energetiche più adatte del petrolio alle quali attingere. Il messaggio di Organica_London è rivolto a tutti coloro i quali, non solo siciliani, sentono di voler produrre un'opera contro l'idea dominante di dover stupidamente fare di necessità impossibile virtù.




lunedì 8 dicembre 2014

Opportunità e prospettive per dire no al petrolio anche in Sicilia

Trivelle e petrolio? No grazie. Lo hanno già detto la Lombardia la Campania il Molise, le Marche, l'Abruzzo. I consigli regionali e i Governatori delle regioni hanno già scelto di ricorrere alla Corte Costituzionale contro l'art. 38 del ddl del governo di Roma detto Sblocca Italia. La norma espropria le prerogative regionali dettate dall'art. 117 della Costituzione, che assegna alle Regioni la potestà legislativa su produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia.

In Sicilia è spaccatura tra i no e i si. Dicono no Greenpeace, WWF e Legambiente insieme a LIPU Birdlife Italia, Italia Nostra, Touring Club Italia, Legacoop Pesca Sicilia, ANCI Sicilia e i comuni di Licata, Ragusa, Scicli, Palma di Montechiaro e Santa Croce Camerina. Insieme hanno inoltrato ricorso al TAR del Lazio contro il decreto 149/14, emanato dal Ministro dell’Ambiente, che sancisce la compatibilità ambientale del progetto “Off-shore Ibleo” di ENI e che prevede otto pozzi, una piattaforma e vari gasdotti al largo della costa tra Gela e Licata. Le richieste per il rilascio della VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) del Ministero nell'area del Canale di Sicilia sono almeno 14. I Comuni di Salina e San Vito lo Capo hanno invece deliberato la richiesta formale al Presidente Crocetta, di procedere all'impugnazione dell'articolo 38 del Ddl sblocca italia.


Dicono no un pezzettino del Pd, solo l'On. Ferrandelli, e il M5S che in Commissione Territorio Ambiente dell'Assemblea Regionale hanno detto si per far arrivare in aula la richiesta di voto per il referendum abrogativo contro l'art. 38 del Ddl Sblocca Italia. Ha detto no il Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa, il quale afferma che le preoccupazioni sono rivolte già alla fase di ricerca degli idrocarburi. Infatti, la tecnica consiste nello sparare a 140 atmosfere aria e acqua calda in profondità. Praticamente una bomba che ha effetti nefasti per le biodiversità che popolano il mare del Canale di Sicilia, tra le altre la balenottera comune, il tonno rosso, il gambero.
Dicono di no da anni Enzo Maiorca e la figlia Patrizia, contro il progetto di prospezione e ricerca di idrocarburi da parte della compagnia petrolifera Schlumberger Italiana S.p.A, al largo di Pantelleria, Malta e capo Passero. Hanno detto no già dallo scorso anno i sindaci di Pantelleria e Lampedusa, che vogliono istituire l'area protetta per il loro mare al posto delle trivelle.

Chi dice si di fronte al miraggio dell'oro nero pensa di far soldi facili. Dice si il Governatore Crocetta, occupazione e royalty, ma numeri e proiezioni lo smentiscono. Dice si il Presidente dell'Ars Ardizzone, che ha chiamato a raccolta i deputati nazionali eletti in Sicilia per esortarli a difendere le prerogative statutarie. Vada per l'estrazione petrolifera a patto che le risorse restino qui. Argomento debole. Sono 60 anni che la Sicilia rivendica allo Stato l'applicazione dell'art. 38 dello Statuto siciliano, senza successo. Ha detto si Maurizio Landini della FIOM, secondo il quale con le moderne tecnologie si può estrarre petrolio in sicurezza ma è del 4 giugno 2013 questa notizia: Gela, fuoriuscita di petrolio dall’Eni. Aperta inchiesta per disastro colposo. Quest'altra è del 6 dicembre 2014: Un terremoto di magnitudo 3 è avvenuto alle ore 06:14:43 di questa mattina nel Mar di Sicilia.

Ha detto ni, un colpo al cerchio, uno alla botte, il Coordinatore regionale di Ncd, On. Francesco Cascio, secondo il quale: "La questione va affrontata avviando un ragionamento serio che affranchi il confronto politico dalle guerre ideologiche e entri nel merito della questione per rinvenire una soluzione che concili le diverse esigenze in campo".
Non c'è nessuna guerra ideologica. Solo ragioni di opportunità e prospettive inducono a dire No al petrolio.

Immagini: Francesco Ferla

Fonti
www.loraquotidiano.it 3 dicembre 2014
www.palermo.repubblica.it 13 novembre 2014
www.ilfattoquotidiano.it 4 giugno 2013
www.greenpeace.it

mercoledì 3 dicembre 2014

La caccia all'Oro Nero è un po' come quella ad Ottobre Rosso

Trivelliamo per andare ad estrarre più petrolio, indispensabile per sostenere il sistema industriale europeo della raffinazione in crisi ormai da qualche anno. Coloro i quali si orientano poco nel labirinto delle parole quali mercato, finanza, poteri forti, sindacato ecc, con la vicenda delle trivellazione tocca con mano cosa significano veramente e quale incidenza hanno nelle nostre vite.
Già da qualche anno i petrolieri dell'emisfero occidentale denunciano la crisi del settore della raffinazione e per l'Europa il rischio di dipendere dalle importazioni dei prodotti raffinati, che è giudicato più grave della dipendenza dal petrolio. Il trend del prezzo del greggio al barile è in discesa da qualche anno, da 145 dollari dei tempi d'oro si è passati alla massima oscillazione in negativo di 70, mentre dal 2008 per effetto della crisi e della maggiore efficienza dei propulsori per i mezzi a trazione, i consumi di idrocarburi sono calati sensibilmente. A prima vista, a questa situazione potrebbe porre riparo l'Opec, l'organizzazione dei paesi produttori. Basterebbe che questi tagliassero l'offerta, per mettere in crisi la domanda e far balzare in alto il prezzo del greggio al barile, guadagnando di più. Ma non è così semplice. La produzione di petrolio è aumentata un po' ovunque nel mondo, Stati Uniti, Canada, Russia, e l'Opec non taglia la produzione per non perdere e anzi sostenere il consumo dei mercati asiatici in piena espansione, i quali hanno impianti di raffinazione molto più competitivi di quelli europei e americani e sottoposti ad una legislazione ambientale più blanda della nostra. Per bloccare la concorrenza e colmare lo svantaggio competitivo, le multinazionali del greggio dell'emisfero occidentale puntano a una legislazione ambientale e burocratica meno vincolante e a sostenere i propri impianti di raffinazione con l'aumento della produzione di petrolio estratto dal sottosuolo di casa. Lo hanno fatto negli Stati Uniti, con lo sfruttamento del petrolio di scisto e lo stanno facendo a casa nostra con l'aumento delle trivelle nel Canale di Sicilia. Ha ragione Rosario Crocetta quando dice che Assomineraria si impegna a mantenere gli attuali livelli di occupazione, però non è un regalo alla Sicilia ma un obiettivo strategico delle compagnie petrolifere che da noi hanno i minori costi di royalty, solo il 4% per l'estrazione in mare.
L'Assessore Giosuè Marino, in un'audizione del febbraio 2012 in Commissione Attività Produttive alla Camera, dichiarava che: rispetto all'andamento dei quattro siti siciliani,  la raffineria di Gela, l'impianto Isab-Esso nella zona di Priolo-Melilli-Augusta e la raffineria di Milazzo che fa riferimento a ENI, più il polo petrolchimico di Ragusa con una forte caratterizzazione estrattiva in considerazione dell'ubicazione in sito di molti giacimenti minerari di idrocarburi, non si registrano flessioni dalla produzione se non con riferimento alla raffineria di Gela - e in effetti, l'ultimo allarme chiusura è scattato a luglio scorso.
Attualmente, il 95% dell'energia per il trasporto deriva dal petrolio, mentre nel 2050 solo il 50% della domanda legata al consumo sarà soddisfatto da fonti fossili, il resto sarà appannaggio del biofull. La Sicilia è chiamata ad un sacrificio ambientale necessario per il bene economico del comparto. E non mancano implicazioni geopolitiche. Mantenere alta la produzione e bassi i prezzi colpisce indirettamente la Russia e l'Iran, perché incassano meno dalla vendita della loro produzione petrolifera, già colpita dagli embarghi e sanzioni applicati all'Iran per contenere il suo programma nucleare e alla Russia per le interferenze nella crisi Ucraina.
Curiosamente è una condizione simile alla stessa contro la quale si scontrò a suo tempo Enrico Mattei. Se mai la storia volesse o dovesse insegnarci qualcosa.

Fonti: www.ilpost.it (24 ottobre - 29 Novembre)
           www.camera.it (doc. XVII n. 22)

lunedì 1 dicembre 2014

Le attività estrattive nel Canale di Sicilia non sono convenienti


Il problema delle trivellazione non è solo siciliano. Da anni ormai, ciò che ne deriva è discusso e affrontato in Basilicata. Si stima che la Regione Basilicata, che conta 574.505 abitanti, riceva 500mln€ di royalty ogni due anni. Ogni anno le rimesse, davvero tante, sono destinate a finanziare le spese sanitarie, la spesa corrente della Regione e l'Università. Ma non sono rose e fiori, tutt'altro. 
La Basilicata, come la Sicilia, è zona Obiettivo convergenza (ex obiettivo 1), per non aver conseguito una crescita del Pil tale da consentire alla regione di portarsi fuori dalla fascia delle aree sottosviluppate, nonostante le previsioni. L'Europa decide in base ai dati statistici che dicono come il prodotto interno lordo lucano non solo non sia cresciuto ma addirittura sia tornato a livelli simili a quelli del 2001. La scorsa settimana a Palermo, Maurizio Landini, a capo della manifestazione dei metalmeccanici, ha dichiarato che grazie alle moderne tecnologie le trivellazione nel Canale di Sicilia si possono fare. Le sue parole sono il segno tangibile del disorientamento e perdita di obiettivi a sinistra.
Infatti, in Basilicata, il problema ambientale maggiore è legato alla riconversione delle acque utilizzate per l'estrazione del greggio. Per aumentare la portata del pozzo, l'acqua preventivamente trattata è introdotta a pressione per agevolare la fuoriuscita del greggio. Poi viene separata dal greggio estratto e trasportata in appositi impianti di trattamento e, infine, smaltita nei fiumi e in mare. Solo che i dati inquinanti delle radiazioni contenute in queste acque e degli additivi chimici con i quali è trattata prima di introdurla a pressione dentro il pozzo, sono superiori alla media.
L'attività estrattiva ha distrutto il tessuto delle micro-imprese agricole della Basilicata e in 20 anni, 24.000 P.I. legate al comparto hanno cessato di esistere.
Il Comune di Viggiano che non arriva nemmeno a 4000 abitanti, riceve in media 11mln€ all'anno di royalty. Un Comune siciliano di 12.000 abitanti ha, in media, un bilancio di 15mln€. 
Quello che sta avvenendo in Sicilia e nel Canale potrebbe avere le stesse ripercussioni ed essere grave tanto quanto quello che accade in Basilicata, per di più ricevendo meno.
Le attività estrattive sono molto convenienti in Italia perché è il paese nel quale si paga la più bassa percentuale di royalty, il 4% del ricavato per le attività estrattive in mare e il 10% a terra.
La vicenda è attualmente discussa in Parlamento regionale attraverso l'attività di informazione di alcuni onorevoli e della commissione preposta, che però è andata deserta per due volte.
La prossima seduta è prevista per martedì 2 dicembre.
Sul fronte della Società civile, numerose organizzazione ambientaliste hanno già denunciato la politica sciagurata legata alle attività estrattive, insieme all'organizzazione di rappresentanza dei Comuni, l'Anci Sicilia, più i Comuni dei territori interessati, specie le isole, con a capo Pantelleria.

venerdì 28 novembre 2014

La contraddizione sanabile tra sviluppo e progresso

Eccole li, le troveremo presto uguali a questa sorte come funghi in mezzo al mare e quando saranno visibili, le troveremo perfino misteriosamente belle. Prima, quando vedevamo crescere case lungo la costa vicinissime al mare o ponti, strade o piste di aeroporti a tagliare boschi e prati, pensavamo che erano belle cose e che tutto quel cemento era il prezzo per lo sviluppo, per il necessario stare sempre meglio e bene. Tutto sommato questa visione aveva un senso, perché era il segno di un progresso che coinvolgeva direttamente la vita degli individui, con una macchina nuova, la casa più grande, il frigorifero, la lavastoviglie, lo stereo di casa, la scuola o l'università per i propri figli. Ma adesso non è più così. Abbiamo scoperto che il concetto di sviluppo è diverso da quello del progresso, che produrre cibo di matrice chimica in abbondanza ha determinato l'insorgere di nuovi problemi, la celiachia, le allergie sempre più invadenti, i virus e i batteri sempre più resistenti agli antibiotici.
Abbiamo compreso che, per paradosso, anche grazie allo sviluppo selvaggio degli scorsi decenni, oggi possiamo investire sul progresso tutelando il patrimonio complessivo dei territori che abitiamo.
L'investimento nel comparto del turismo, del biologico agricolo, delle energie alternative ci consente di realizzare rendimenti di scala diffusi e percepibili dalla collettività.
Non si è pregiudizialmente contro le trivelle, perché tutti siamo consapevoli di avere ancora la necessità giornaliera del petrolio. Si è contro le trivelle perché sappiamo altresì, che quell'attività ci consentirà di accendere ancora per qualche tempo il motore della nostra automobile che sarà, però, sempre più vecchia e che i guadagni percepiti dall'attività estrattiva andranno a beneficio di pochi e saranno lauti per le multinazionali ma modesti per tutti gli altri, mentre il degrado e la spoliazione del territorio e delle risorse che contiene riguarderà tutti.
Già oggi esiste l'attività estrattiva in Sicilia, gli impianti di Gela, Priolo e Milazzo stanno li a testimoniarla e, quindi, la domanda che ci si pone è perché bisogna intensificarla?
In fin dei conti, siamo figli di quell'attività, con il lavoro creato da quell'attività ma anche dell'intensificarsi delle patologie tumorali per chi quelle zone le abita.
Dunque bisogna solo far finta di non vedere?
Il problema è che siamo in mezzo ad una contraddizione insanabile.
Quando trent'anni fa l'Italia si pronunciò contro il nucleare, sembrò che un consistente manipolo di sciocchi, che nel paese si ritrovò maggioranza, avesse scelto deliberatamente l'impoverimento energetico e precluso la crescita, scegliendo la via della povertà.
Oggi sappiamo che non fu così e la reazione fu quella della creazione di un tessuto economico atomizzato sul territorio e fatto di piccole e medie imprese, che hanno prodotto know how venduto in tutto il mondo e che oggi è svenduto a causa di un mercato della finanza che condiziona le nostre vite.
Oggi non c'è un Enrico Mattei che opera sul mercato del petrolio mondiale per affrancarsi dall'egemonia delle multinazionali del greggio. Oggi siamo solo di fronte non solo al rischio di vedere perduto un patrimonio di cui trent'anni fa non eravamo consapevoli di possedere, ma siamo anche di fronte alla svendita delle risorse petrolifere che sono consegnate, insieme alla perdita del patrimonio naturale, alle multinazionali di cui oggi come allora, non conosciamo il volto.  
La sensazione che abbiamo oggi è quella di un'attività di razzia del territorio non di sviluppo, meno che mai di progresso.

domenica 23 novembre 2014

Nessuno sfugge alle colpe dei padri né a quelle dei mafiosi


Don Giuseppe Puglisi avrebbe accolto quel ragazzo. La cosa più sensata che ho letto è stata il suggerimento di far svolgere la cerimonia della Cresima al figlio del carnefice del prete di Brancaccio, proprio nella cappella dove questi è sepolto. Ma dubito che un tale segnale sarebbe stato davvero colto nel suo dirompente significato e il Cardinale Romeo si trova a dover fronteggiare le povere cose di umana ragione, non proprio quelle ideali e, quindi, per prevenire quelle che sarebbero state le voci di critica, secondo me anche di coloro i quali oggi condannano la sua scelta, ha vietato a X Graviano di partecipare alla cerimonia collettiva in Cattedrale. A lui la Cresima verrà data altrove. Ha fatto bene o male? Se il ragazzo che frequenta il CEI, il collegio esclusivo dei gesuiti, è degno di ricevere il sacramento della Cresima ha fatto male. Accanto alla tomba del beato Puglisi o altrove è lo stesso, sia che sia degno o meno. Tuttavia, non possiamo far finta che in questo come in altri casi, il Mistero del Sacramento non c'entra nulla ma c'entra la cerimonia che c'è dietro, gli orpelli che la sostengono. Se io fossi stato al posto (me ne scuso con il Cardinale) di Sua Eccellenza Romeo, avrei chiesto (o imposto?) a tutti i partecipanti colleghi di X Graviano, di ricevere il Sacramento della Cresima nel più sperduto e povero eremitaggio della Sicilia, in segno di solidarietà cristiana con il ragazzo costretto (senza colpa?), a farsi carico delle odiose malefatte del padre. Chissà quali e quante critiche si sarebbero sollevate in questo caso, perché in questo modo anche agli altri (senza colpe) sarebbe stata sottratta la solenne cerimonia in Cattedrale. Quindi, per quanto questo possa significare, sono convinto che qualcuna cosa avesse fatto il Cardinale, non sarebbe sfuggito alle critiche e di tutte quelle che poteva fare, questa é stata la più saggia, o quantomeno che tale possa ritenersi in questi tempi così colmi di opportunismo, pelosa morale, ipocrisia imperante.