Il Si al referendum rischia di aggravare le storture del sistema partitico italiano
Puntuale arriva un altro referendum che, dopo lo scontro politico delle ultime settimane, è stato deciso si voterà il 21 giugno. I tre quesiti referendari aggrediscono la legge elettorale nazionale. I primi due quesiti vogliono abrogare il premio di maggioranza alla Camera e al Senato, il terzo, ed è quello che bisogna approvare, elimina la possibilità di candidarsi in più circoscrizioni e con la vittoria del Si non vedremo più Berlusconi o Veltroni, così come Di Pietro, Franceschini o Casini, candidati nelle circoscrizioni di tutta Italia. Con l’attuale legge elettorale, i seggi si ripartiscono proporzionalmente tra i partiti che hanno formato coalizioni. Quella che vince si attribuisce il premio di maggioranza. Se passasse il si al referendum, l’effetto sarebbe quello di attribuire il premio di maggioranza al partito che prende più voti. In sintesi, significa introdurre il bipartitismo in Italia, da una parte il Pdl dall’altra il Pd. Fino all’approvazione della legge che sarà sottoposta a referendum, in Italia c’erano 16 partiti, dopo le ultime elezioni si sono ridotti a 5, più alcune formazioni minori. Quelli più importanti Pdl – Pd – Lega – Udc – Idv – rappresentano quel che resta del vecchio arco costituzionale del sistema partitico italiano. Si può dire quel che si vuole di questa legge, che ha eliminato il collegio uninominale, che ha eliminato le preferenze, che ha cancellato il rapporto tra eletti ed elettori, ma una cosa l’ha fatta ha semplificato il sistema partitico, un obiettivo che s’è cercato di raggiungere per decenni. Rinunciare adesso a questo risultato, aspirando a ridurre il sistema a due partiti, il Pdl e il Pd, significa aggravare ancora di più le patologie che questa legge porta con se ed eliminare quanto di buono ha dato. Due soli partiti, liberi più di quanto non lo siano adesso di nominare i loro parlamentari, darebbero luogo all’autoriproduzione di un’oligarchia partitica sempre più lontana dai problemi reali del paese. Se il Pdl non avesse più la seccatura di accontentare le richieste della Lega sarebbero difficili le innovazioni del sistema come quella del federalismo fiscale. Se il Pd non dovesse fare i conti con Di Pietro, con tutti i difetti e i limiti che porta con se il suo modo di far politica, perderebbe l’unico freno alla deriva che spinge i suoi leaders a fare scelte che perpetuano solo le loro rendite di posizione e nient’altro. Se non ci fosse più l’Udc che è diventato, suo malgrado, il partito centrista che si fa portatore di istanze passibili di essere accolte sia dai riformisti sia dai conservatori, sarebbe eliminata una delle variabili più efficaci in grado di produrre l’alternanza al governo.
La Lega ha svolto, negli ultimi 15 anni, l’insostituibile funzione politica di scaricare le tensioni sociali del nord. Il Pdl pensa di cancellarla dal panorama politico con un referendum. Il Pd pensa di correggere, con la vittoria del si, l’errore politico grossolano di aver regalato a Di Pietro, con l’alleanza di coalizione fatta solo con l’Idv, la rappresentanza di tutta la sinistra e di coloro che sono rimasti fuori dal parlamento. Il calcolo politico di corto respiro non è mai foriero di buone prospettive. Se con il risultato del referendum si potesse ridiscutere dell’innovazione profonda della legge elettorale, dell’introduzione del doppio turno di collegio come in Francia o di introdurre il sistema di sbarramento tedesco e il vincolo della sfiducia costruttiva, due cose delle quali si discute da anni ma alle quali non si è mai arrivati, allora la vittoria dei Si dei primi due quesiti avrebbe un senso. Purtroppo, il referendum lascia insoluti tutti problemi e le insufficienze del sistema partitico ed elettorale italiano e la vittoria del Si ai primi due quesiti, sempre che si raggiunga il quorum necessario a dargli validità, rischia di regalare l’assoluta predominanza a due soli partiti che, in diverse occasioni, hanno dimostrato la totale insufficienza ad affrontare, con risolutezza e responsabilità, i nodi al pettine di un paese complesso come il nostro.
martedì 5 maggio 2009
domenica 3 maggio 2009
La capacità solidale degli italiani farcita dalla consueta indole al raggiro
Il terremoto dell’Abruzzo ha reso manifesta, un’altra volta, la capacità solidale del popolo italiano, accanto all’elevato grado di raggiro che i nostri connazionali, singolarmente presi, sono in grado di perpetrare a scapito delle leggi dello Stato, farcita dalla voglia irrefrenabile, insana, di censurare ogni dissenso, una tentazione che dilaga in ogni angolo del nostro paese. Così, accanto alla corsa sincera per portare aiuto ai nostri connazionali abruzzesi colpiti dall’immane tragedia che ha sfiorato anche noi, nel racconto ospitato sul nostro giornale Giovani Giannusa, universitario cinisense che in quei giorni si trovava a L’Aquila, ne dipinge un ritratto limpido e drammatico, c’è l’incapacità, ad ogni livello di governo, di organizzare un minimo d’informazione o prevenzione al terremoto minacciato per mesi da una serie infinita di scosse telluriche, che hanno minato la serenità di migliaia di abitanti di quei territori e che, infine, per circa 297 di essi ha significato la morte. Di fronte all’efficienza della Protezione civile, che si può comunque migliorare se in alcuni luoghi sperduti del terremoto i soccorsi sono arrivati solo dopo 23 ore, abbiamo constatato la criminale deficienza e l’irresponsabilità degli sconosciuti, almeno finora, costruttori degli edifici in cemento armato, teoricamente antisismici, venuti giù come castelli di sabbia. Di fronte alla prontezza con la quale tutte le più alte cariche dello Stato si sono, giustamente, precipitate a testimoniare alle popolazioni colpite la solidarietà loro e dello Stato, c’è la censura nei confronti del solito giornalista, Michele Santoro, che ha il brutto vizio di mettere in risalto quel che non funziona, c’è sempre qualcosa che non funziona, e non si accoda allo sciame del “quanto siamo bravi ed efficienti”. Siamo un popolo contraddittorio, in grado di sprecare un mucchio di energie e risorse ogni giorno e capaci di mobilitazioni enormi nei casi di emergenza, forse per l’inconscia consapevolezza di farci perdonare i nostri quotidiani peccati, per poi scoprire, dopo anni e al prossimo appuntamento con la tragedia, che i soldi sono stati spesi male, che qualcuno ha truffato, qualche altro ha fatto il furbo e molto del lancinante dolore scoperto in una manciata di secondi, forse si poteva evitare.
venerdì 27 marzo 2009
Il caso Mentana e il mestiere di giornalista
Troppo spesso, negli ultimi tempi, sento ripetere frasi del tipo: i giornalisti dovrebbero essere imparziali, oppure, i giornalisti devono sentire le opinioni di tutti, o ancora, il tizio che ha scritto la tale notizia non è un buon giornalista e, infine, prima di scrivere qualcosa bisogna accertarsi se è vero. Sembra che tutti abbiano imparato il mestiere di giornalista, insomma, tra le materie comprese nella disciplina della tuttologia adesso, oltre alla politica e al mestiere di allenatore della nazionale di calcio, c’è anche quello del giornalista. Poi non si capisce perché tutti hanno licenza di trasgredire le più elementari norme etiche, in politica e nel lavoro, mentre i giornalisti devono essere, per decreto, corretti moralmente. A tutti, specie a qualunque tipo di personaggio pubblico, è data licenza di dire e fare tutto e il contrario di tutto, mentre dai giornalisti ci si aspetta una predisposizione genetica alla serietà, alla professionalità, bisogna che siano costituzionalmente sempre al di sopra delle parti, non devono esprimere giudizi, devono essere terzi per legge. A me pare che tutta questa prosopopea del, “so tutto io del giornalismo “, serva per nascondere la richiesta del tipo; potresti scrivere, per favore sotto dettatura, quello che ti dico di scrivere? Come se il giornalista non avesse una testa sua, non pensasse delle cose sue, non si facesse delle sue opinioni sulle cose che vede e sente. Forse opinioni sbagliate, a volte giuste, a volte frutto di percezioni, ma se qualcuno o qualcosa diventano oggetto di notizia, nel bene e nel male, ci deve pur essere un motivo. E poi, per fortuna, almeno in ambito locale, molto meno nel sistema nazionale che è molto omologato, c’è una vasta offerta di informazione. Giornali e blog locali, Tv, radio, chiunque può scrivere e informare e scrive e dice quello di cui è convinto, cosa che è vietata ai giornalisti. Però, ecco, siccome capisco che lo sforzo di individuare il bravo giornalista lo fanno in molti, voglio aiutare chi legge indicando l’esempio recente di un vero giornalista, Enrico Mentana. Il curriculum del, consentitemi l’autoelogio, collega Mentana è vastissimo e colmo di successi professionali riconosciuti nei più alti ambiti del giornalismo italiano e non solo. Enrico è stato capace di mollare, da un giorno all’altro, l’ultimo programma che aveva ideato, “Matrix”, perché è stato censurato dal suo editore che gli ha impedito di trattare il caso Englaro la sera della morte della giovane Eluana. Ecco, forse nella testa del suo editore, e non solo nella sua testa, c’era una frase del tipo; i giornalisti dovrebbero essere imparziali, oppure, i giornalisti devono sentire le opinioni di tutti, o ancora, il tizio che ha scritto la tale notizia non è un buon giornalista e, infine, prima di scrivere qualcosa bisogna accertarsi se è vero e poi anche, i giornalisti sovvertono la verità. Tutto questo bailamme per occultare la vera richiesta; scrivi, fai, tratta, quello che ti dico io. Enrico Mentana ha preso atto di questo, si è ribellato ad un’imposizione che era la negazione del suo mestiere, ha fatto i bagagli da gran signore ed è andato via piantando baracca e burattini. Ho sentito troppe poche voci che abbiano difeso Mentana o invocato l’urgenza di riconsegnarlo al suo mestiere. Un invito a tutti coloro che leggono, le critiche sono sempre ben accettate e, lo assicuro per me, fonte di riflessione ma lasciateci fare il nostro lavoro.
Il caso Mentana e il mestiere di giornalista
Troppo spesso, negli ultimi tempi, sento ripetere frasi del tipo: i giornalisti dovrebbero essere imparziali, oppure, i giornalisti devono sentire le opinioni di tutti, o ancora, il tizio che ha scritto la tale notizia non è un buon giornalista e, infine, prima di scrivere qualcosa bisogna accertarsi se è vero. Sembra che tutti abbiano imparato il mestiere di giornalista, insomma, tra le materie comprese nella disciplina della tuttologia adesso, oltre alla politica e al mestiere di allenatore della nazionale di calcio, c’è anche quello del giornalista. Poi non si capisce perché tutti hanno licenza di trasgredire le più elementari norme etiche, in politica e nel lavoro, mentre i giornalisti devono essere, per decreto, corretti moralmente. A tutti, specie a qualunque tipo di personaggio pubblico, è data licenza di dire e fare tutto e il contrario di tutto, mentre dai giornalisti ci si aspetta una predisposizione genetica alla serietà, alla professionalità, bisogna che siano costituzionalmente sempre al di sopra delle parti, non devono esprimere giudizi, devono essere terzi per legge. A me pare che tutta questa prosopopea del, “so tutto io del giornalismo “, serva per nascondere la richiesta del tipo; potresti scrivere, per favore sotto dettatura, quello che ti dico di scrivere? Come se il giornalista non avesse una testa sua, non pensasse delle cose sue, non si facesse delle sue opinioni sulle cose che vede e sente. Forse opinioni sbagliate, a volte giuste, a volte frutto di percezioni, ma se qualcuno o qualcosa diventano oggetto di notizia, nel bene e nel male, ci deve pur essere un motivo. E poi, per fortuna, almeno in ambito locale, molto meno nel sistema nazionale che è molto omologato, c’è una vasta offerta di informazione. Giornali e blog locali, Tv, radio, chiunque può scrivere e informare e scrive e dice quello di cui è convinto, cosa che è vietata ai giornalisti. Però, ecco, siccome capisco che lo sforzo di individuare il bravo giornalista lo fanno in molti, voglio aiutare chi legge indicando l’esempio recente di un vero giornalista, Enrico Mentana. Il curriculum del, consentitemi l’autoelogio, collega Mentana è vastissimo e colmo di successi professionali riconosciuti nei più alti ambiti del giornalismo italiano e non solo. Enrico è stato capace di mollare, da un giorno all’altro, l’ultimo programma che aveva ideato, “Matrix”, perché è stato censurato dal suo editore che gli ha impedito di trattare il caso Englaro la sera della morte della giovane Eluana. Ecco, forse nella testa del suo editore, e non solo nella sua testa, c’era una frase del tipo; i giornalisti dovrebbero essere imparziali, oppure, i giornalisti devono sentire le opinioni di tutti, o ancora, il tizio che ha scritto la tale notizia non è un buon giornalista e, infine, prima di scrivere qualcosa bisogna accertarsi se è vero e poi anche, i giornalisti sovvertono la verità. Tutto questo bailamme per occultare la vera richiesta; scrivi, fai, tratta, quello che ti dico io. Enrico Mentana ha preso atto di questo, si è ribellato ad un’imposizione che era la negazione del suo mestiere, ha fatto i bagagli da gran signore ed è andato via piantando baracca e burattini. Ho sentito troppe poche voci che abbiano difeso Mentana o invocato l’urgenza di riconsegnarlo al suo mestiere. Un invito a tutti coloro che leggono, le critiche sono sempre ben accettate e, lo assicuro per me, fonte di riflessione ma lasciateci fare il nostro lavoro.
venerdì 20 marzo 2009
Intervista al sen. Giulio Andreotti
Questa intervista a Giulio Andreotti è stata realizzata insieme ad Ino Cardinale a Roma, a Palazzo Giustiniani, per chiedere una testimonianza al senatore sul pensiero di Don Sturzo, in occasione di un convegno che si è tenuto a Terrasini dal titolo: Per una nuova speranza. La testimonianza di Don Sturzo al servizio del paese. Le risposte del senatore contengono concetti molto significativi che vale la pena di ascoltare.
martedì 17 marzo 2009
An e F.I si fonderanno nel Pdl. L’innovazione del bagaglio ideologico del partito di Fini
An e Forza Italia, il prossimo 27 marzo, fonderanno il Partito delle Libertà. In svantaggio sembra il partito di Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, che si trova a competere con la leaderschip di Sivlio Berlusconi. Tuttavia, a parte il fatto che lo fa da più di 15 anni, i più attrezzati dal punto di vista dell’elaborazione ideale e di pensiero e che abbiano un progetto di paese sono gli uomini di An. L’Italia è molto cambiata negli ultimi 20 anni e la destra italiana ha saputo interpretare le nuove esigenze di una società in continuo movimento. Ha tradotto pragmaticamente l’esigenza di semplificazione del quadro politico riconoscendo nel bipolarismo, la formula con la quale governare un paese moderno e, soprattutto, innovare il suo bagaglio ideologico più di quanto altri abbiano saputo fare. In sintesi, la gran parte degli uomini di destra hanno saputo essere molto meno fascisti di quanto la gran parte degli uomini di sinistra hanno continuato a sentirsi, nell’esercizio del potere, comunisti. Inoltre, Forza Italia non esce e non può farlo, dalla concezione di partito azienda. Sicchè, vien da pensare, quello che si consumerà da qui a qualche giorno con la fondazione del Pdl, è il compimento di un lungo processo politico che ha coinvolto i vertici quanto la base del partito e può diventare l’investimento sul futuro, da parte degli uomini di An, al contrario di quel che finora hanno saputo fare gli uomini che vorrebbero interpretare le ragioni del riformismo italiano e non si sono sbarazzati ancora, o lo fanno con estrema lentezza, dei cascami e delle incrostazioni ideologiche buone solo alla salvaguardia di una oligarchia improduttiva.
lunedì 16 marzo 2009
A Terrasini si è celebrato la ricorrenza dell’appello Ai liberi e forti lanciato 90 anni fa dal prete di Caltagirone
La testimonianza di Don Luigi Sturzo al servizio del paese
Una lezione moderna, attuale, che arriva in un momento storico nel quale si ravvisa, di giorno in giorno, l’esigenza di una nuova rinascita etica e morale, per una nuova certezza dei diritti e dei doveri, per una ritrovata speranza nel lavoro, per una nuova esigenza di solidarietà tra gli uomini e i cittadini, per la ritrovata esigenza di riconfermare lo Stato democratico, così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 60 anni, tra alti e bassi, tra gioie e dolori, tra successi e insuccessi. La lezione di Don Sturzo, che aveva una visione limpida dell’impegno dei cattolici in politica, l’affermazione dei principi e dei valori del cattolicesimo sociale attraverso l’indiscutibile piattaforma democratica, è sempre più attuale. Un ritrovato messaggio analizzato - il 16 marzo scorso a Terrasini in un convegno organizzato da Ino Cardinale e coordinato dal dott. Vincenzo Morgante dal titolo: Per una nuova speranza. La testimonianza di Don Luigi Sturzo al servizio del paese - da autorevoli relatori come i Vescovi di Piazza Armerina e Monreale, Mons. Michele Pennisi e Mons. Salvatore Di Cristina, accanto al Sen. Calogero Mannino e con l’ausilio di un’intervista rilasciata dal sen. Giulio Andreotti. “Non si può – ha detto il Sen Andreotti – dividere l’uomo politico dall’uomo religioso, dai suoi ideali, dai suoi principi. La politica non è tecnica ma il mezzo attraverso il quale realizzare i fini cui si ispira”. I fini di Don Sturzo erano quelli declamati dalla dottrina sociale della Chiesa, la solidarietà tra gli uomini, la libertà di autodeterminarsi, come uomini e come istituzioni e la consapevolezza che lo Stato, l’Economia e la Società sono posti al servizio delle libertà degli uomini. Don Sturzo è stato capace, partendo da un piccolo paesino della dimenticata provincia siciliana, del profondo sud, di risolvere il conflitto aperto con la fine del potere temporale della Chiesa e restituire ai cattolici la libertà di impegnarsi in politica accettando e, anzi, accogliendo i valori dello Stato laico, interpretando la religione solo come l’ispirazione all’agire politico, non come dogma indiscusso. Sono questi i concetti ricorrenti che sono stati declamati negli interventi degli oratori, di fronte ad una platea attenta e numerosa, in un momento storico critico nel quale ogni certezza sembra dissolversi di fronte ad una crisi sociale, politica ed economica che sembra difficile da fermare.
Una lezione moderna, attuale, che arriva in un momento storico nel quale si ravvisa, di giorno in giorno, l’esigenza di una nuova rinascita etica e morale, per una nuova certezza dei diritti e dei doveri, per una ritrovata speranza nel lavoro, per una nuova esigenza di solidarietà tra gli uomini e i cittadini, per la ritrovata esigenza di riconfermare lo Stato democratico, così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 60 anni, tra alti e bassi, tra gioie e dolori, tra successi e insuccessi. La lezione di Don Sturzo, che aveva una visione limpida dell’impegno dei cattolici in politica, l’affermazione dei principi e dei valori del cattolicesimo sociale attraverso l’indiscutibile piattaforma democratica, è sempre più attuale. Un ritrovato messaggio analizzato - il 16 marzo scorso a Terrasini in un convegno organizzato da Ino Cardinale e coordinato dal dott. Vincenzo Morgante dal titolo: Per una nuova speranza. La testimonianza di Don Luigi Sturzo al servizio del paese - da autorevoli relatori come i Vescovi di Piazza Armerina e Monreale, Mons. Michele Pennisi e Mons. Salvatore Di Cristina, accanto al Sen. Calogero Mannino e con l’ausilio di un’intervista rilasciata dal sen. Giulio Andreotti. “Non si può – ha detto il Sen Andreotti – dividere l’uomo politico dall’uomo religioso, dai suoi ideali, dai suoi principi. La politica non è tecnica ma il mezzo attraverso il quale realizzare i fini cui si ispira”. I fini di Don Sturzo erano quelli declamati dalla dottrina sociale della Chiesa, la solidarietà tra gli uomini, la libertà di autodeterminarsi, come uomini e come istituzioni e la consapevolezza che lo Stato, l’Economia e la Società sono posti al servizio delle libertà degli uomini. Don Sturzo è stato capace, partendo da un piccolo paesino della dimenticata provincia siciliana, del profondo sud, di risolvere il conflitto aperto con la fine del potere temporale della Chiesa e restituire ai cattolici la libertà di impegnarsi in politica accettando e, anzi, accogliendo i valori dello Stato laico, interpretando la religione solo come l’ispirazione all’agire politico, non come dogma indiscusso. Sono questi i concetti ricorrenti che sono stati declamati negli interventi degli oratori, di fronte ad una platea attenta e numerosa, in un momento storico critico nel quale ogni certezza sembra dissolversi di fronte ad una crisi sociale, politica ed economica che sembra difficile da fermare.
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