domenica 19 luglio 2009

Strage Borsellino 17 anni dopo la stessa domenica di Luglio

La strage Borsellino 17 anni dopo rende ancora più evidente la differenza tra un paese normale e uno normalizzato. In un paese normale non si potrebbe accettare il sospetto, nemmeno l’idea, che un pezzo di Stato si sia armato contro un altro pezzo di Stato, così come sembra essere successo, ancora una volta, con la strage Borsellino. L’analisi della situazione geopolitica degli anni 70’, all’epoca della strategia della tensione, forse poteva rendere comprensibile questo perverso rapporto tra organi dello Stato, ma nel 1992 non c’era più da un pezzo il muro di Berlino a dividere due sistemi incompatibili l’uno con l’altro. Perché allora lo Stato sembra si sia ancora armato per sterminare con le auto-bombe suoi rappresentanti? Quella rabbia, sentita molto forte quella domenica di luglio di 17 anni fa è ancora presente nella società civile. È una rabbia repressa, da paese normalizzato. In un paese normale quella rabbia sarebbe stata interpretata dalla politica e gli avrebbe restituito uno scopo, quello di un paese migliore, più civile. Così come successe molti anni fa, con la rabbia delle classi più deboli della società che ambivano alla rivoluzione. I partiti di massa se ne fecero interpreti e il risultato è una società un po’ più giusta di quella di 150 anni fa. In un paese normale un magistrato non sfilerebbe ai cortei, sempre più esigui, per la commemorazione di un collega ucciso insieme alla sua scorta. Se lo fa è perché lui riempie il vuoto lasciato da chi dovrebbe, con le leggi, con le scelte e le lotte politiche, liberare lo Stato dalla morsa economico-criminale della mafia. Se lo fa è perché rivendica più organici per fare bene il suo lavoro. Quello che ci si chiede è chi ha normalizzato, per l’ennesima volta dopo il 1992, lo stato italiano quando in quel momento tutte le coscienze della nazione si erano sollevate per dire finalmente basta al malaffare e alla connivenza tra la politica e la mafia. Una cosa che denunciano i magistrati, ieri con Falcone e Borsellino, e oggi con i loro colleghi impegnati sul fronte delle indagini contro lo stesso sistema, le stesse connivenze. In un paese normale non potrebbe accadere che nella commemorazione di una strage ci siano le volanti della polizia e dei carabinieri sotto il palco dal quale parla un loro ex collega contro lo Stato, dopo essere stato incriminato e messo alla gogna e scagionato da ogni accusa, perché aveva, con le sue competenze tecniche, collaborato a centinaia di inchieste e fornito migliaia di dati con le intercettazioni telefoniche, compreso quelle relative ad un telefono sul quale, durante i giorni di luglio di 17 anni fa, transitavano conversazioni da e per altre utenze mafiose e non. Sarà stata questa la sua colpa? In un paese normale una cosa del genere non potrebbe succedere. Certo, fin qui queste scritte sono solo considerazioni a latere, però, di un fatto, la riapertura delle indagini, nonostante condanne per esecutori e mandanti vagliate finanche dalla Cassazione, sulle stragi del 1992/93. Segno che questa storia deve ancora essere scritta tutta. Non posso biasimare i tanti che, nonostante la rabbia provata ed espressa 17 anni fa, oggi non c’erano alla commemorazione della strage Borsellino. La loro rabbia è stata tradita da troppi per essere ancora li. In un modo o in un altro sono ancora presenti e, sia pure a fatica, possono ancora dare corpo alla loro sete di giustizia e di verità.

lunedì 1 giugno 2009

Video e fotografia per indagare su mafia, pizzo e legalità.




Photoficine. Laboratorio multimediale per adolescenti di Ballarò

Video e fotografia per indagare su mafia, pizzo e legalità.

Con la macchina fotografica e la cinepresa a caccia di persone e luoghi.



Per i ragazzi di Photfficine - http://www.photofficine.it/ - un laboratorio sociale animato da un gruppo di adolescenti di Ballarò, il popolare quartiere nel centro di Palermo, il video e la fotografia sono gli strumenti utilizzati per scoprire la realtà che li circonda. Per loro, giovani tra dodici e diciassette anni, alcuni di origini indiane che frequentano il liceo classico Garibaldi o l’istituto tecnico Filippo Parlatore, oppure il liceo Scientifico B.Croce, si tratta di una nuova esperienza percettiva. Imparano a confrontarsi con le tematiche del territorio e ad usare la fotografia e la cinepresa per raccontare persone e luoghi.
Oltre a costruire esperienze collettive indagando con la fotografia e il video sul terremoto del Belice, sulla legalità riprendendo i momenti della festa di “AddioPizzo”alla Magione e sulla mafia, come hanno fatto nei giorni scorsi a Cinisi con interviste ai protagonisti della storia di Peppino Impastato, stanno seguendo anche progetti individuali cercando di capire quali sono le problematiche dei migranti di II generazione, oppure conoscere il lavoro che svolgono le associazioni del centro storico o ancora cercare di capire come risolvere il problema dei rifiuti.

Dipu, Rifat e Manish sono tre dei ragazzi coinvolti nel progetto.

D - Quali sono le tematiche che avete affrontato finora?
R - Siamo stati a Gibellina e a Santa Margherita Belice. Abbiamo indagato sul terremoto con interviste, video e fotografie.
D - Voi che avete origini indiane vivete fenomeni di razzismo a Ballarò?
R - Assolutamente no. Siamo ormai tanti e non veniamo percepiti come diversi. Per di più noi ci sentiamo palermitani. Forse qualche anno fa, ci potevano ancora essere episodi di discriminazione ma adesso sono sempre più rari.
D – Chi vi ha colpito di più, finora, delle persone che avete conosciuto?
R – Riccardo Scibetta. È un fotografo professionista. Gli effetti delle sue foto a panorami o persone, realizzate con tecniche assolutamente innovative, come quella delle foto sovrapposte, sono molto belle.

Giancarlo Lupo e Pietro Alfano, insieme ad Angela Onorato e Pietro Maita, sono i ricercatori universitari che hanno ideato il progetto Photofficine.

D – Com’è nato il progetto Photofficine?
R – Da un’osservazione semplice. Abbiamo rilevato che nel centro storico di Palermo, a Ballarò, mancava un centro di aggregazione che potesse sensibilizzare i giovani alle tematiche del territorio. Così, nel 2007, abbiamo presentato un progetto al Ministero della Gioventù per il bando “Giovani idee che cambiano l’Italia”, che prevedeva la creazione di 4 laboratori, audiovideo – fotografia – photolangage – e uno di percezione, tutti rivolti a giovani adolescenti per sensibilizzarli alle tematiche del territorio attraverso strumenti multimediali. I laboratori hanno finalità percettivi, servono per indagare le modalità di percezione della realtà da parte dei ragazzi.
D – Quanto dureranno i laboratori?
R – Abbiamo cominciato nel gennaio del 2009 e si concluderemo entro ottobre. Il lavoro prodotto sarà poi oggetto di una mostra. Nel frattempo stiamo mettendo in rete, attraverso un sito e un blog, quello che man mano viene fuori dai montaggi delle riprese e dalle foto.
D – Quanti sono i ragazzi coinvolti?
R – Abbiamo cominciato con circa venti ragazzi, anche se l’assiduità non è una loro qualità. Quelli che non mancano nessun appuntamento sono una decina.
D- Confermi il fatto che i ragazzi, provenienti da diverse etnie, sono integrati con i loro coetani palermitani?
R – Si, l’integrazione tra culture è una realtà consolidata a Ballarò, un quartiere dove vivono ormai da molti anni persone di diversa etnia.

Giovanni e Giuseppe sono gli altri due ragazzi palermitani venuti a Cinisi, insieme ai loro amici di origine indiana, per indagare sulla mafia.

D – Cos’è secondo te la legalità?
R – Una regola necessaria alla convivenza.
D – Da quanto vivi a Ballarò?
R - Da cinque anni. Mi trovo abbastanza bene.
D – Chi ti ha colpito di più delle persone che hai conosciuto finora?
R – I ragazzi di LiberoFuturo. Credono in una Sicilia libera dalla mafia.
D – Quali sono i vostri laboratori individuali?
R – Sto indagando sul lavoro nero e sui prodotti contraffatti.
D – Ballarò è un quartiere dove si può trovare lavoro?
R – Penso di no. Ma è un problema diffuso siciliano non solo di Ballarò. È un problema che dipende da tutti, dal governo nazionale e dai siciliani.
Per ultimo ho chiesto a questi ragazzi cosa volevano fare da grandi. Tutti sono molto appassionati dalla fotografia e dal Video. Studiano al liceo, qualcuno di loro vorrebbe poter cambiare le cose, intraprendere la carriera militare, un altro vorrebbe fare l’archeologo ma sa che è difficile, la sua famiglia è molto numerosa, sa che non potrà mantenerlo agli studi. È un po’ disilluso, a diciassette anni, ma spera che qualcuno possa aiutarlo.

martedì 5 maggio 2009

La legge elettorale è meglio che resti invariata

Il Si al referendum rischia di aggravare le storture del sistema partitico italiano

Puntuale arriva un altro referendum che, dopo lo scontro politico delle ultime settimane, è stato deciso si voterà il 21 giugno. I tre quesiti referendari aggrediscono la legge elettorale nazionale. I primi due quesiti vogliono abrogare il premio di maggioranza alla Camera e al Senato, il terzo, ed è quello che bisogna approvare, elimina la possibilità di candidarsi in più circoscrizioni e con la vittoria del Si non vedremo più Berlusconi o Veltroni, così come Di Pietro, Franceschini o Casini, candidati nelle circoscrizioni di tutta Italia. Con l’attuale legge elettorale, i seggi si ripartiscono proporzionalmente tra i partiti che hanno formato coalizioni. Quella che vince si attribuisce il premio di maggioranza. Se passasse il si al referendum, l’effetto sarebbe quello di attribuire il premio di maggioranza al partito che prende più voti. In sintesi, significa introdurre il bipartitismo in Italia, da una parte il Pdl dall’altra il Pd. Fino all’approvazione della legge che sarà sottoposta a referendum, in Italia c’erano 16 partiti, dopo le ultime elezioni si sono ridotti a 5, più alcune formazioni minori. Quelli più importanti Pdl – Pd – Lega – Udc – Idv – rappresentano quel che resta del vecchio arco costituzionale del sistema partitico italiano. Si può dire quel che si vuole di questa legge, che ha eliminato il collegio uninominale, che ha eliminato le preferenze, che ha cancellato il rapporto tra eletti ed elettori, ma una cosa l’ha fatta ha semplificato il sistema partitico, un obiettivo che s’è cercato di raggiungere per decenni. Rinunciare adesso a questo risultato, aspirando a ridurre il sistema a due partiti, il Pdl e il Pd, significa aggravare ancora di più le patologie che questa legge porta con se ed eliminare quanto di buono ha dato. Due soli partiti, liberi più di quanto non lo siano adesso di nominare i loro parlamentari, darebbero luogo all’autoriproduzione di un’oligarchia partitica sempre più lontana dai problemi reali del paese. Se il Pdl non avesse più la seccatura di accontentare le richieste della Lega sarebbero difficili le innovazioni del sistema come quella del federalismo fiscale. Se il Pd non dovesse fare i conti con Di Pietro, con tutti i difetti e i limiti che porta con se il suo modo di far politica, perderebbe l’unico freno alla deriva che spinge i suoi leaders a fare scelte che perpetuano solo le loro rendite di posizione e nient’altro. Se non ci fosse più l’Udc che è diventato, suo malgrado, il partito centrista che si fa portatore di istanze passibili di essere accolte sia dai riformisti sia dai conservatori, sarebbe eliminata una delle variabili più efficaci in grado di produrre l’alternanza al governo.
La Lega ha svolto, negli ultimi 15 anni, l’insostituibile funzione politica di scaricare le tensioni sociali del nord. Il Pdl pensa di cancellarla dal panorama politico con un referendum. Il Pd pensa di correggere, con la vittoria del si, l’errore politico grossolano di aver regalato a Di Pietro, con l’alleanza di coalizione fatta solo con l’Idv, la rappresentanza di tutta la sinistra e di coloro che sono rimasti fuori dal parlamento. Il calcolo politico di corto respiro non è mai foriero di buone prospettive. Se con il risultato del referendum si potesse ridiscutere dell’innovazione profonda della legge elettorale, dell’introduzione del doppio turno di collegio come in Francia o di introdurre il sistema di sbarramento tedesco e il vincolo della sfiducia costruttiva, due cose delle quali si discute da anni ma alle quali non si è mai arrivati, allora la vittoria dei Si dei primi due quesiti avrebbe un senso. Purtroppo, il referendum lascia insoluti tutti problemi e le insufficienze del sistema partitico ed elettorale italiano e la vittoria del Si ai primi due quesiti, sempre che si raggiunga il quorum necessario a dargli validità, rischia di regalare l’assoluta predominanza a due soli partiti che, in diverse occasioni, hanno dimostrato la totale insufficienza ad affrontare, con risolutezza e responsabilità, i nodi al pettine di un paese complesso come il nostro.

domenica 3 maggio 2009

La capacità solidale degli italiani farcita dalla consueta indole al raggiro

Il terremoto dell’Abruzzo ha reso manifesta, un’altra volta, la capacità solidale del popolo italiano, accanto all’elevato grado di raggiro che i nostri connazionali, singolarmente presi, sono in grado di perpetrare a scapito delle leggi dello Stato, farcita dalla voglia irrefrenabile, insana, di censurare ogni dissenso, una tentazione che dilaga in ogni angolo del nostro paese. Così, accanto alla corsa sincera per portare aiuto ai nostri connazionali abruzzesi colpiti dall’immane tragedia che ha sfiorato anche noi, nel racconto ospitato sul nostro giornale Giovani Giannusa, universitario cinisense che in quei giorni si trovava a L’Aquila, ne dipinge un ritratto limpido e drammatico, c’è l’incapacità, ad ogni livello di governo, di organizzare un minimo d’informazione o prevenzione al terremoto minacciato per mesi da una serie infinita di scosse telluriche, che hanno minato la serenità di migliaia di abitanti di quei territori e che, infine, per circa 297 di essi ha significato la morte. Di fronte all’efficienza della Protezione civile, che si può comunque migliorare se in alcuni luoghi sperduti del terremoto i soccorsi sono arrivati solo dopo 23 ore, abbiamo constatato la criminale deficienza e l’irresponsabilità degli sconosciuti, almeno finora, costruttori degli edifici in cemento armato, teoricamente antisismici, venuti giù come castelli di sabbia. Di fronte alla prontezza con la quale tutte le più alte cariche dello Stato si sono, giustamente, precipitate a testimoniare alle popolazioni colpite la solidarietà loro e dello Stato, c’è la censura nei confronti del solito giornalista, Michele Santoro, che ha il brutto vizio di mettere in risalto quel che non funziona, c’è sempre qualcosa che non funziona, e non si accoda allo sciame del “quanto siamo bravi ed efficienti”. Siamo un popolo contraddittorio, in grado di sprecare un mucchio di energie e risorse ogni giorno e capaci di mobilitazioni enormi nei casi di emergenza, forse per l’inconscia consapevolezza di farci perdonare i nostri quotidiani peccati, per poi scoprire, dopo anni e al prossimo appuntamento con la tragedia, che i soldi sono stati spesi male, che qualcuno ha truffato, qualche altro ha fatto il furbo e molto del lancinante dolore scoperto in una manciata di secondi, forse si poteva evitare.

venerdì 27 marzo 2009

Il caso Mentana e il mestiere di giornalista

Troppo spesso, negli ultimi tempi, sento ripetere frasi del tipo: i giornalisti dovrebbero essere imparziali, oppure, i giornalisti devono sentire le opinioni di tutti, o ancora, il tizio che ha scritto la tale notizia non è un buon giornalista e, infine, prima di scrivere qualcosa bisogna accertarsi se è vero. Sembra che tutti abbiano imparato il mestiere di giornalista, insomma, tra le materie comprese nella disciplina della tuttologia adesso, oltre alla politica e al mestiere di allenatore della nazionale di calcio, c’è anche quello del giornalista. Poi non si capisce perché tutti hanno licenza di trasgredire le più elementari norme etiche, in politica e nel lavoro, mentre i giornalisti devono essere, per decreto, corretti moralmente. A tutti, specie a qualunque tipo di personaggio pubblico, è data licenza di dire e fare tutto e il contrario di tutto, mentre dai giornalisti ci si aspetta una predisposizione genetica alla serietà, alla professionalità, bisogna che siano costituzionalmente sempre al di sopra delle parti, non devono esprimere giudizi, devono essere terzi per legge. A me pare che tutta questa prosopopea del, “so tutto io del giornalismo “, serva per nascondere la richiesta del tipo; potresti scrivere, per favore sotto dettatura, quello che ti dico di scrivere? Come se il giornalista non avesse una testa sua, non pensasse delle cose sue, non si facesse delle sue opinioni sulle cose che vede e sente. Forse opinioni sbagliate, a volte giuste, a volte frutto di percezioni, ma se qualcuno o qualcosa diventano oggetto di notizia, nel bene e nel male, ci deve pur essere un motivo. E poi, per fortuna, almeno in ambito locale, molto meno nel sistema nazionale che è molto omologato, c’è una vasta offerta di informazione. Giornali e blog locali, Tv, radio, chiunque può scrivere e informare e scrive e dice quello di cui è convinto, cosa che è vietata ai giornalisti. Però, ecco, siccome capisco che lo sforzo di individuare il bravo giornalista lo fanno in molti, voglio aiutare chi legge indicando l’esempio recente di un vero giornalista, Enrico Mentana. Il curriculum del, consentitemi l’autoelogio, collega Mentana è vastissimo e colmo di successi professionali riconosciuti nei più alti ambiti del giornalismo italiano e non solo. Enrico è stato capace di mollare, da un giorno all’altro, l’ultimo programma che aveva ideato, “Matrix”, perché è stato censurato dal suo editore che gli ha impedito di trattare il caso Englaro la sera della morte della giovane Eluana. Ecco, forse nella testa del suo editore, e non solo nella sua testa, c’era una frase del tipo; i giornalisti dovrebbero essere imparziali, oppure, i giornalisti devono sentire le opinioni di tutti, o ancora, il tizio che ha scritto la tale notizia non è un buon giornalista e, infine, prima di scrivere qualcosa bisogna accertarsi se è vero e poi anche, i giornalisti sovvertono la verità. Tutto questo bailamme per occultare la vera richiesta; scrivi, fai, tratta, quello che ti dico io. Enrico Mentana ha preso atto di questo, si è ribellato ad un’imposizione che era la negazione del suo mestiere, ha fatto i bagagli da gran signore ed è andato via piantando baracca e burattini. Ho sentito troppe poche voci che abbiano difeso Mentana o invocato l’urgenza di riconsegnarlo al suo mestiere. Un invito a tutti coloro che leggono, le critiche sono sempre ben accettate e, lo assicuro per me, fonte di riflessione ma lasciateci fare il nostro lavoro.

Il caso Mentana e il mestiere di giornalista

Troppo spesso, negli ultimi tempi, sento ripetere frasi del tipo: i giornalisti dovrebbero essere imparziali, oppure, i giornalisti devono sentire le opinioni di tutti, o ancora, il tizio che ha scritto la tale notizia non è un buon giornalista e, infine, prima di scrivere qualcosa bisogna accertarsi se è vero. Sembra che tutti abbiano imparato il mestiere di giornalista, insomma, tra le materie comprese nella disciplina della tuttologia adesso, oltre alla politica e al mestiere di allenatore della nazionale di calcio, c’è anche quello del giornalista. Poi non si capisce perché tutti hanno licenza di trasgredire le più elementari norme etiche, in politica e nel lavoro, mentre i giornalisti devono essere, per decreto, corretti moralmente. A tutti, specie a qualunque tipo di personaggio pubblico, è data licenza di dire e fare tutto e il contrario di tutto, mentre dai giornalisti ci si aspetta una predisposizione genetica alla serietà, alla professionalità, bisogna che siano costituzionalmente sempre al di sopra delle parti, non devono esprimere giudizi, devono essere terzi per legge. A me pare che tutta questa prosopopea del, “so tutto io del giornalismo “, serva per nascondere la richiesta del tipo; potresti scrivere, per favore sotto dettatura, quello che ti dico di scrivere? Come se il giornalista non avesse una testa sua, non pensasse delle cose sue, non si facesse delle sue opinioni sulle cose che vede e sente. Forse opinioni sbagliate, a volte giuste, a volte frutto di percezioni, ma se qualcuno o qualcosa diventano oggetto di notizia, nel bene e nel male, ci deve pur essere un motivo. E poi, per fortuna, almeno in ambito locale, molto meno nel sistema nazionale che è molto omologato, c’è una vasta offerta di informazione. Giornali e blog locali, Tv, radio, chiunque può scrivere e informare e scrive e dice quello di cui è convinto, cosa che è vietata ai giornalisti. Però, ecco, siccome capisco che lo sforzo di individuare il bravo giornalista lo fanno in molti, voglio aiutare chi legge indicando l’esempio recente di un vero giornalista, Enrico Mentana. Il curriculum del, consentitemi l’autoelogio, collega Mentana è vastissimo e colmo di successi professionali riconosciuti nei più alti ambiti del giornalismo italiano e non solo. Enrico è stato capace di mollare, da un giorno all’altro, l’ultimo programma che aveva ideato, “Matrix”, perché è stato censurato dal suo editore che gli ha impedito di trattare il caso Englaro la sera della morte della giovane Eluana. Ecco, forse nella testa del suo editore, e non solo nella sua testa, c’era una frase del tipo; i giornalisti dovrebbero essere imparziali, oppure, i giornalisti devono sentire le opinioni di tutti, o ancora, il tizio che ha scritto la tale notizia non è un buon giornalista e, infine, prima di scrivere qualcosa bisogna accertarsi se è vero e poi anche, i giornalisti sovvertono la verità. Tutto questo bailamme per occultare la vera richiesta; scrivi, fai, tratta, quello che ti dico io. Enrico Mentana ha preso atto di questo, si è ribellato ad un’imposizione che era la negazione del suo mestiere, ha fatto i bagagli da gran signore ed è andato via piantando baracca e burattini. Ho sentito troppe poche voci che abbiano difeso Mentana o invocato l’urgenza di riconsegnarlo al suo mestiere. Un invito a tutti coloro che leggono, le critiche sono sempre ben accettate e, lo assicuro per me, fonte di riflessione ma lasciateci fare il nostro lavoro.

venerdì 20 marzo 2009

Intervista al sen. Giulio Andreotti

Questa intervista a Giulio Andreotti è stata realizzata insieme ad Ino Cardinale a Roma, a Palazzo Giustiniani, per chiedere una testimonianza al senatore sul pensiero di Don Sturzo, in occasione di un convegno che si è tenuto a Terrasini dal titolo: Per una nuova speranza. La testimonianza di Don Sturzo al servizio del paese. Le risposte del senatore contengono concetti molto significativi che vale la pena di ascoltare.